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venerdì, Ottobre 30Storie, Racconti, Notizie sul mondo del Wine & Beverage

Ripa della Volta: la Valle degli Dei in un calice di Valpolicella Superiore

Una cantina giovane in una valle antica

La Valpantena è una piega di terra dentro la Valpolicella che, chi ci vive, la chiama Valle degli Dei. Microclima mediterraneo, brezze che scendono dai Monti Lessini, suoli marnosi e ricchi di calcare dove insieme alla vite crescono ulivi e alberi da frutto. L’escursione termica fra il giorno e la notte fa il resto: uve sane, gusto intenso.

È qui che Andrea Pernigo ha fondato Ripa della Volta. L’avventura è cominciata una decina d’anni fa in una zona vitivinicola di tradizione millenaria con l’idea di ripensare da capo il concetto di viticoltura, puntando su pratiche sostenibili e biologiche e su una filosofia produttiva che mette al centro la qualità.

Ripa della Volta, inoltre, gestisce direttamente il 100% dei propri vigneti. Questo significa avere il controllo sull’intero ciclo produttivo, cura delle viti, vendemmia, vinificazione, imbottigliamento, senza passaggi delegati a qualcun altro.

L’etichetta è un gesto

Un inciso, perché è impossibile non notarla. L’etichetta di Ripa della Volta è opera dell’artista Patrizio Vanessi: pennello, inchiostro nero, un gesto spontaneo che scrive il nome della cantina come fosse un graffito. Nessuna cornice decorativa, nessuna calligrafia gentile. Sulla bottiglia arriva la stessa cosa che arriva nel calice: autenticità e determinazione, niente di levigato.

Valpolicella Superiore DOC: il vino da cui partire

Se dovessimo scegliere una bottiglia per entrare in casa Ripa della Volta, sarebbe questa.

Le uve vengono dal territorio di Romagnano, in Valpolicella Valpantena, da vigneti posti fra i 300 e i 600 metri sul livello del mare con esposizione sud e sud-ovest, su suolo di medio impasto calcareo con buona presenza di scheletro, quindi sassi e rocce. Il sistema di allevamento è il Guyot. In bottiglia c’è Corvina al 90%, completata da Rondinella e altre varietà.

La vinificazione è lineare e non nasconde nulla: fermentazione in acciaio a temperatura controllata, macerazione delle uve di circa dieci giorni, poi dodici mesi di affinamento in acciaio e tre mesi in bottiglia. L’affinamento non passa dal legno, ed è una scelta che si sente — il vino resta sul frutto e sulla parte floreale invece di cercare struttura altrove.

Cosa si trova nel calice

Il colore è un rubino brillante, quasi iridescente, con riflessi che virano al violaceo.

Al naso il profilo è spiccatamente floreale: rose selvatiche, lavanda, bouganville. Il frutto è leggero e delicato e si muove dalla ciliegia rossa croccante al melograno, per poi aprirsi su toni agrumati fra chinotto e arancia rossa. Lentamente arrivano anche gli elementi pepati e una nota di menta piperita.

In bocca è sapido e piccante, con un frutto rosso pieno di energia e una verticalità dissetante venata di liquirizia nera. Il tannino è setoso e ritmato, mai ingombrante. Il finale mette insieme erbe aromatiche mediterranee e legno di cedro, tonico e vibrante.

Un rosso biologico, fruttato, con corpo ma senza pesantezza.

A tavola… fresco!

Freschezza e croccantezza di questo Valpolicella Superiore chiedono una temperatura di servizio leggermente più bassa del solito.

Con un paio di gradi in meno diventa un rosso perfetto per queste ultime giornate soleggiate di settembre. Sta bene su una parmigiana di melanzane, regge senza fatica una grigliata di carne e se la cava anche con una zuppa di pesce al pomodoro. La vena pepata, poi, lo rende quasi naturale su una pasta all’amatriciana.